Dove suonare? ovvero se lo strumento e la sala sono (quasi) coevi

Chiesasdomenico
Non capitemi male, per favore.
Il titolo di questo post (ma perché non li chiamiamo semplicemente “sfoghi”?) non riguarda tanto i luoghi in cui non è permesso suonare, ma piuttosto dove valga la pena di suonare il liuto.

Nei giorni scorsi sono stato invitato a un’occasione particolare di lettura dei testi di Tommaso d’Aquino che ha avuto luogo nel bellissimo Convento S. Domenico a Chieri. La serie di riunioni a carattere seminariale si chiama Lectura Thomae” e si svolge nell’ambito del più ampio del Progetto Tommaso.

Ebbene, conoscendo il Convento San Domenico da parecchi anni avevo portato con me liuto e musica e intendevo godermi le pause del convegno suonando in vari luoghi. Mentre altri (e altre) consumavano le pause in salutari sonnellini pomeridiani, io andavo a caccia di echi e timbri.
Nella splendida sala del Capitolo il risultato è stato così interessante da bloccarmi per i tre giorni totali: la Sala ha un soffitto a cassettoni quattrocentesco molto alto (forse 5 metri), è un vano stretto e lungo, le cui pareti sono ricoperte da dorsali in legno intarsiato circa ad altezza d’uomo. Il pavimento moderno è in cotto.

Straordinario: non ho altre parole.

Il suono non produceva echi, né risultava ingrossato in alcun modo. Piuttosto avevo l’impressione che lo strumento proiettasse ben oltre la distanza cui sono di solito abituato.
Il timbro era molto chiaro, quasi cristallino.

Insomma, molto meglio di quanto abbia spesso ascoltato su molti CD in fatto di “ambiente sonoro“! E dato che la mia tecnica non è improvvisamente migliorata (nessun miracolo), né ritengo che il “genius loci” possa aver prodotto delle sensibili variazioni nel mio modo di attaccare le corde dello strumento, allora DEVE essere la Sala del Capitolo.

Non posso non domandarmi se per un qualunque motivo non vi sia una relazione tra la Sala del Capitolo (XV secolo) e la timbrica dello strumento. E’ ovviamente una suggestione mia, certamente non dipende dal fatto che sono (quasi) coevi, però certo che a me ha dato da pensare.

Un liuto pakistano??? (ovvero Come ri-cominciò)

Confesso a voi fratelli…

Mi pesa parecchio, ma è una nota che volevo scrivere da un po’ ed eccola qua.

Circolano nel mondo intero, ormai da qualche anno, sedicenti liuti rinascimentali a 8 cori di fattura pakistana. Se siano davvero del Pakistan, non saprei dirvi, ma è vox populi che lo siano.

Nella primavera di qualche anno fa mi trovavo a passare di fronte a un noto negozio di strumenti musicali di Torino e ne vidi uno in vetrina. Oramai avevo abbandonato ogni velleità di avere tempo e voglia di trovare un liuto rinascimentale in vendita a un prezzo accettabile (e in tempi accettabili), perciò mi fiondai nel negozio e, per una cifra risibile, ne uscii con lo strumento che potete vedere nella foto.
P
Non sapevo chi l’avesse prodotto, ma posso testimoniare che un po’ suonava.

Per un incidente domestico pochi giorni dopo mi ritrovavo con un pirolo rotto a metà e dovevo ricorrere all’aiuto di Giuseppe Tumiati per una veloce e indolore sostituzione.
Avevo già cercato informazioni sulla rete e scoperto un sito interessante che riportava dei buoni consigli su come migliorare il “migliorabile” di un tale strumento.

L’incontro con Giuseppe Tumiati era comunque stato fruttuoso: mi aveva consigliato (e convinto) a sostituire totalmente la tavola armonica e il ponte. Fece un ottimo lavoro.
Ci volle un po’ (in tutti i sensi), ma alla fine il liuto era diventato (per quanto umanamente possibile) un vero liuto a otto cori, anche se magari un po’ pesante.

L’ho venduto su eBay comunque, e dopo una breve parentesi con un decoroso liuto di Jason Petty ora possiedo il liuto che vedete altrove in questo blog.

La morale è semplice: i liuti pakistani SONO DA EVITARE, ma se proprio non potete farne a meno (??) qualche cosa per migliorarli si può fare. Certo, alla fine avrete speso la cifra richiesta da Barbara Ferloni per uno dei suoi liuti da studio, che a me sembrano molto migliori.

Fate un po’ voi.

La discussione continua…

🙂

Seguo con enorme interesse la discussione tra musicisti che ho indirettamente (?) scatenato sulla lista dei liutisti italiani (magari la mia definizione non è delle più fortunate, ma se Vi infastidisce sono disponibile a utilizzarne un’altra).
Tra una precisazione e l’altra c’è infatti molto da imparare, penso: in particolare sull’attitudine con cui ogni interprete si avvicina al problema eminentemente filosofico della storicità.
Interpretazione, ripetizione, riproduzione?
Sembra evidente che le collezioni museali di strumenti a corde pizzicate siano enormemente limitate: se davvero A Venezia nel XVI secolo non v’era casa (patrizia) in cui non vi fosse un liuto, le colleziono dovrebbero mostrarci una varietà ben diversa.
Pensiamo poi a quanto curiose e meno curiose trasformazioni la chitarra ha subito negli ultimi 40 anni: moltissime varianti sono state proposte, alcune da grandi interpreti (Narciso Yepes – chitarra a 10 corde, Göran Söllschner – 11 corde, etc). Possiamo immaginare che la scelta particolarissima proposta da Alessandro Piccinini sia stata una delle molte cui gli strumenti della famiglia dei liuti sono andati soggetti in oltre 250 anni di storia.
Inoltre il richiamo alle fonti documentarie (letteratura, letteratura musicale, iconografia) resta comunque pur sempre interpretativo: è evidente che le fonti a nostra disposizione non saranno mai tutte le fonti possibili: anche solo scorrendo un elenco delle opere per liuto a stampa del primo cinquecento riconosciamo che alcune mancano all’appello.
Nuovi strumenti emergono quasi di continuo e portano alcune certezze al limite.

Due osservazioni mi sembrano irrinunciabili in ogni caso:

  • non sappiamo davvero come le corde fossero costruite, anche se abbiamo un numero sempre maggiore di buone ipotesi;
  • anche se sicuramente il gusto è profondamente cambiato, ritengo si possa immaginare che alcune esigenze non siamo mutate nei secoli. Intonazione e udibilità non erano sicuramente meno presenti ai nostri amici del XVII secolo di quanto lo siano a noi oggi.

Ciò detto, spero che la discussione continui. Cerco di imparare.
Lo immagino come un seminario virtuale, quello che spesso è mancato a noi di lingua italiana.

Grazie.

No guts, no glory

In questi giorni ha avuto inizio un trend sulla lista dei liutisti anglofoni iniziato da David van Ooijen.
david è un fautore dell’incordatura storica in budello, come risulta dai suoi “Go for gut” e “Gut strings, a work in progress“.

David si firma spesso con “No guts, no glory”, che un liutista tedesco ha tradotto nella lingua dei nostri bisnonni con “Nulla sine nervis gloria“. Non male 🙂

Una precisazione mia

Due punti molto velocemente:

  • Corde doppie o singole (Liuto attiorbato e/o arciliuto)
    Mi manca TOTALMENTE l’esperienza personale e diretta. Ho però una certa esperienza di studio di testi e tendo a essere d’accordo con tutti voi.
    Aggiungo che non ho il benché minimo interesse per il cosiddetto “liuto forte” e da tempo ormai non posso più considerarmi un chitarrista.
    Lo strumento verrà costruito con tutti i cori doppi: questo era già assodato quando ho “postato” (che brutta parola!) l’argomento sul mio blog.
  • In ultimo mi permetto di citare Alessandro Piccinini dal suo famosissimo “Intavolatura di liuto et di chitarrone, Libro primo” al Cap. XXXIIII:

    “Dove hò nominato il Liuto, hò voluto intendere ancor dell’Arciliuto per non dire, come molti dicono, Liuto Attiorbato, come se l’inventione fosse causata dalla Tiorba, ò Chitarrone, per dir meglio, il che è
    falso, e lo so io, come quello, che sono stato l’Inventore di questi Arciliuti: anzi havend’io fatto fare li primi come se detta inventione per all’hora fosse poco stimata, per ispatio di due anni non si vide abbracciata da nissuno, ne si vedeva alcun simile stromento fuor, che quelli, ch’io facevo fare. Pure è stata poi vltima perfettione al Liuto, & hà dato vita al Chitarrone.”

    Se ne traggano pure le conclusioni del caso. Agli organologi l’ardua sentenza.

  • Strumenti italiani o stranieri
    I liutai italiani non mancano, è vero.
    E qualche volta (NON SEMPRE) sono più economici. però credo che tutti noi abbiamo degli amici e qualche
    volta semplicemente delle preferenze. A meno non vogliamo iniziare una classifica dell’oggettiva qualità dei singoli artigiani 😉

Grazie a tutti voi, davvero. Mi fa un piacere immenso aver gettato il sasso nello stagno e aver sollevato l’onda 🙂