La foto di un liuto è una cosa, il suono un’altra…

Moto_0060Sembra una banalità, ma purtroppo mi ci è voluto parecchio tempo per imparare quello che ogni singolo liutista (professionista) mi è andato ripetendo negli ultimi tre anni: non si può comperare un liuto da una foto.
Per fortuna non l’ho fatto, visto che la foto sembra particolarmente bella.
In un post di qualche settimana fa segnalavo che sarei andato a provare questo liuto, visto che mi sarei trovato nelle vicinanze per motivi di lavoro.
Ho anche mostrato le foto a Jakob Lindberg durante il nostro viaggio in auto da Torino a Trossingen e lui mi ha immediatamente fatto notare che la forma non lo convinceva granché.

Ora posso serenamente dire che avevano tutti ragione, anche Jakob 🙂
Il liuto è molto più bello in fotografia che quando lo si ha tra le mani. Nonostante sia piacevolissimamente leggero, è purtroppo rifinito in modo più che frettoloso, possiede un volume di suono limitato ed inaccettabilmente povero sulle frequenze basse.

Peccato, però. Ho tenuto la sua foto sul mio iPhone per ben due mesi.

L’Olanda e i liuti

Qualche mese fa ero rimasto molto impressionato anche dal lavoro di Martin de Witte e la sua copia del famoso liuto tratto dal quadro di Hans Holbein. Ne avevo scritto qui.
Il caso vuole che in Ottobre debba incontrare un collega ad Amsterdam e [ guarda caso 🙂 ] si renda possibile una mia breve gita a Den Haag, dove Martin de Witte ha il suo laboratorio.

La visita a una bella città d’arte e l’incontro con un liutaio sono una tentazione assolutamente irresistibile!

Dopo tutto…

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Durante la lunga estate ho scritto poco e suonato molto 🙂
Avrei moltissime cose da commentare diffusamente, ma il mio lavoro serio lo impedisce categoricamente. Sarà per dopo dunque.

Tuttavia voglio almeno pubblicare lo splendido strumento di cui Martin Haycock mi ha cortesemente inviato le foto.
Durante la settimana di studio con Jakob Lindberg è stato naturale domandargli chi avrebbe consigliato per un rinascimentale a sei cori: la risposta è stata velocissima: “Martin Haycock”. La mia decisione altrettanto veloce, e ora sono sulla lista di Martin.

Cliccate sulla fotografia, perché lo strumento (basato sul solito Gerle) offre dei particolari che giustificano un’attenta osservazione.

Una visita a Stephen Barber & Sandi Harris, liutai in London

Giovedì all'ora di pranzo con un sole splendido ho preso il (costosisssimo) treno da Chippenham per raggiungere la stazione di London Paddington. Da lì in poco più di venti minuti di metropolitana (tube) e due soli cambi sono arrivato alla stazione di Kennington. Dieci minuti a piedi, con un valigione tremendo, e felicemente raggiungevo il piccolo laboratorio di Stephen Barber & Sandi Harris in un delizioso antico cortiletto di una piccola costruzione londinese.
Mi sono trattenuto almeno quattro ore, trascorse per la metà a spettegolare sul mondo della liuteria e per metà più o meno in Paradiso.
Stephen & Sandi conservano con cura un ricco assortimento di liuti rinascimentali a sei cori ispirati al ben noto strumento che Georg GerleGeorg Gerle, ca. 1550
costruì a Innsbruck e al liuto veneziano di Magno dieffopruchar (sic) di Venezia, entrambi databili verso la metà del XVI secolo.

Diversamente da altri liutai ho potuto trattenermi a suonare tutti gli strumenti molto, molto a lungo, tranquillamente sistemato in un angolo del loro laboratorio di fronte a un delizioso leggio francese di cui spero di poter raccontare a breve, se Stephen si ricorderà di inviarmi il numero di telefono del costruttore.

Il Gerle è risultato definitivamente troppo "corto" per me con i suoi 60 cm di diapason, mentre i cinque dieffopruchar mi hanno permesso di vagare a piacere tra timbriche diversissime, sempre potenti e squillanti.

Nell'ultima ora ho ripercorso il mio poverissimo repertorio di studente sull'ultimo dieffopruchar, costruito in un legno dal peso specifico simile all'ebano, ma dal colore inconfondibilmente rosa! Si tratta della Berchemia zeyheri,  in inglese Pink Ivory.

Copie di Gerle e dieffopruchar
Lo strumento (nella foto è quello in basso) risultava leggermente più pesante, ma con una timbrica straordinariamente aperta e parlante. E' stato davvero molto, molto difficile non uscire dal loro laboratorio portandoselo direttamente via.

Negli anni Stephen & Sandi hanno sperimentato piccole variazioni alla larghezza del manico, che nel dieffopruchar originale sono davvero proibitive, almeno per me. Un manico stretto e fortemente arcuato che costringe la mia mano a posizioni davvero scomode. E' immediato domandarsi perché non farlo giusto un poco più largo e la risposta non si è fatta attendere: perché no?
Ogni musicista è libero di esprimere i propri gusti in materia, senza che una comprensione dogmatica delle misure di un unico strumento decreti che così e solo così è permesso.

Mentre così dottamente disquisivamo, Stephen mi domanda se alla fin fine ho mai visto i disegni del dieffopruchar che lui ha rilevato e diligentissimamente eseguito circa trent'anni fa. Alla mia risposta negativa esibisce un rotolo ormai ingiallito in formato A0 e mi mostra con orgoglio una serie di affascinanti rilievi dello strumento in questione: nessun dubbio è possibile, il manico è stretto all'inverosimile e arcuato in modo estremamente marcato. Ci perdiamo in riflessioni su quanto sovente i quadri del primo Cinquecento mostrino il pollice della mano sinistra che fa capolino al di sopra della tastiera. Non c'è che dire: in quella posizione il manico così a parabola è comodo. Hmmmm…

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Sotto un tavolino, pronto per essere venduto c'era poi un otto cori molto simile a quello che io ho acquistato nel gennaio del 2006, ma (ahimé) persino più bello e (forse) con una timbrica leggermente più dolce. Il liutista che deciderà di acquistarlo fa decisamente un'ottima scelta.

La visita si è conclusa con una breve cena in un ristorante indiano nelle vicinanze e un inevitabile ritorno nel loro laboratorio per un altro po' di musica. Alle dieci e mezza di sera, stremato e felicissimo, ripartivo verso il centro di Londra in metropolitana.

Vado a dormire dopo mezzanotte con l'impressione duratura di un pomeriggio unico, che sicuramente valeva la pena dei Km spesi e di un rientro ritardato a case.

Hans Holbein il Giovane

HOLBEIN

Recentemente un post mi ha annunciato il nuovo sito del liutaio olandese Martin de Witte.
A guardare le fotografie, gli strumenti sono tutti molto belli, come dappertutto o quasi, però.
Ciò che colpisce subito è la realizzazione di una copia dello strumento che ha già fatto riflettere molti liutai, ma procediamo con ordine, ut dicitur.
Nel 1533 il pittore tedesco Hans Holbein dipinge “Gli Ambasciatori, oggi esposto a Londra, alla National Gallery.

Martin de Witte non è certo il primo a ispirarsi al liuto di Holbein, altri (ad esempio Martin Shepherd, Stephen Barber & Sandi Harris) lo hanno fatto, e anche la sua copia sembra esteticamente ben riuscita.
Non è tutto.
L’astuccio dello strumento si apre “longitudinalmente”, come nei pochi originali che sono sopravvissuti, con un gusto che non può che essere apprezzabile.
Il liuto è in vendita, pronto per essere provato.
Peccato che L’Aia non sia proprio dietro l’angolo, nemmeno per un viator incallito come me.

La tensione dell’attendere…

Lavoro spesso presso un cliente di grandi dimensioni il cui stabilimento principale si trova a pochissimi chilometri dal laboratorio di un noto liutaio tedesco, Hendrik Hasenfuss.
Il progetto che sto seguendo in questo periodo sarebbe dovuto terminare verso la fine di Maggio 2008.
Avendo io ordinato proprio a lui la famigerata copia del Tielke del 1696 di cui avete già letto ad nauseam (per cui mi risparmio il link) nel lontano agosto 2006, ho nutrito l’illusione di poterlo ritirare di persona, prima della fine della mia attività in questa bella zona della Germania.
Attendo fiducioso 😉

David Van Edwards alla SMAV

Img_0005L’idea di un blog dedicato ai liuti è andata formandosi pian piano, tra un’intavolatura e l’altra. Aggiungendosi al numero dei “miei 25 lettori“, ho avuto il piacere di ricevere una e-mail da Francesco, liutaio che io già conoscevo dalla pagina in cui David Van Edwards pubblica i lavori dei suoi allievi.
Francesco non solo aveva la gentilezza di contattarmi, ma nella lunga telefonata che è seguita mi raccontava che David Van Edwards sarebbe stato suo ospite a Venezia nei giorni immediatamente successivi.
Impossibile non cedere alla tentazione di invitarli alla SMAV.
Sabato 1° Dicembre abbiamo così avuto il grandissimo piacere di incontrarci all’angolo della calle che conduce ai locali della Parrocchia di San Salvador e passare circa un’ora insieme, discutendo dei progetti liutari di Francesco, della “tiorba pieghevole” di David e di molte altre cose che inevitabilmente emergono quando ci si possono regalare minuti di immersione totale nella propria passione comune. Peccato che la foto mostri Francesco solo di spalle e non includa Thea, la moglie di David.
Massimo ha sopportato pazientemente (come sempre) i miei entusiasmi immoderati e ha partecipato alla conversazione con la serena competenza e l’ironia che lo contraddistingue, accettando di spostare la mia lezione per fare da padrone di casa.
Non é la prima volta che l’ultimo arrivato (io) trascina un maestro liutaio a casa di Massimo e sicuramente non sarà l’ultima: il mio entusiasmo per la liuteria è pari alla mia passione per il nostro strumento e mi fa desiderare di avere una seconda vita da poter dedicare a un talento che non possiedo: lavorare il legno.
Ci siamo salutati con un invito di David Van Edwards alla sua scuola estiva di liuteria o anche soltanto a un incontro nella sua Norwich.
Va da sé che invece Francesco e io ci manterremo in contatto: la costruzione del suo arciliuto è già in corso e io ho il permesso di guardare. Massimo ha promesso i suoi consigli esperti e (aggiungo io) la sua consueta ironia.

Il problema è nel “manico”…

6_cori_retroLa scorsa settimana a Milano ho provato un liuto rinascimentale a 6 cori di Barbara Ferloni che mi è piaciuto molto: quello di cui vedete la foto qui a fianco.

Timbro molto chiaro, ottima proiezione, bel volume di suono. Peccato che il ponticello avesse delle misure un po’ “striminzite”, subito criticate da tutti presenti.
Si sa, è una questione di gusti, ma l’articolazione sul I coro ha bisogno di spazio, o di piccole mani. Non ho le misure esatte sottomano, ma credo che il mio liuto abbia una distanza di circa 13-14 mm tra il I e il II coro, e io non me ne sono MAI pentito.

La discussione, a tratti quasi violenta, è però iniziata quando tutti abbiamo iniziato a discutere la sezione del manico: paraboloide e molto, molto profonda.
Massimo non avrebbe nemmeno voluto suonare lo strumento, poi si è ammorbidito. Io, vuoi per le dimensioni delle mie mani, vuoi per la mia tecnica “scarsa”, non ho trovato il manico così impossibile. Strano però sì, davvero molto diverso dai liuti cui sono abituato.

E allora parte la discussione sulla solita lista statunitense: potete seguirla QUI, se volete.

Il risultato è stato sorprendente.

Innanzitutto mi preme dire che per quanto cerchiamo di suonare su strumenti “storici”, nulla vieta di cambiarne le caratteristiche che eventualmente risultassero molto difficili da gestire: penso ad esempio all’utilizzo di corde “altre” rispetto al budello (altri materiali, filate e non, et cetera).
Rimane poi il dubbio metodico relativo agli strumenti sopravvissuti: spesso da collezione, costruiti con materiali rari e preziosi (avorio…), tradiscono la propria appartenenza a ricchi collezionisti piuttosto che a musicisti. Così la domanda si insinua: “stiamo imitando e studiando gli strumenti giusti?”

Tuttavia in questo caso specifico gli unici due liuti rinascimentali a 6 cori sopravvissuti nel loro stato originale presentano suppergiù la stessa sezione paraboloide nel manico e praticamente gli stessi spessori.

Il ben noto musicologo Arthur J. Ness ha voluto partecipare alla discussione invitandoci ad esaminare un bel po’ di particolari di quadri rinascimentali nella sua collezione e indovinate un po’?
Molti quadri mostrano un interprete che utilizza il pollice della mano sinistra (orrore!) per tastare il VI coro.
Il che spiegherebbe (abbondantemente?) la sezione del manico a forma di U, come molti l’hanno chiamata.
Inoltre, a chi volesse addentrarsi nei meandri del dubbio più nero consiglio di studiare attentamente il quadro di Hans Holbein, Gli Ambasciatori, il cui particolare riguardante il liuto è riportato QUI.

Certamente chi considerasse una tale forma del manico molto scomoda da suonare ha sicuramente delle ottime ragioni per lamentarsi, tuttavia credo che sia pacifico rassegnarsi. Erano fatti così.

La gentilissima Anne Burns che gestisce i numeri arretrati del Quarterly pubblicato dalla Lute Society of America mi ha fornito una copia elettronica dell’articolo che Stephen Barber & Sandi Harris pubblicarono nel 2001, intitolato The Lute in Holbein’s “The Ambassadors”, che credo contribuisca in modo particolare a questa interessante discussione.

Resterebbe un punto ancora aperto: fu il mutamento di tecnica e l’aumentare dei cori a diminuire la profondità della sezione del manico del liuto?

La domanda mi ricorda una famosa storia di Paperino degli anni ’70 sulla pedanteria congenita degli eruditi, perciò mi fermo.

Un liuto da studio

Ci siamo passati un po’ tutti: tra la decisione di suonare davvero il liuto e riuscire a trovarne uno passa di solito parecchio tempo.
Lasciando da parte i cosiddetti pakistani (a cui medito di dedicare un post apposito) procurarsi un liuto richiede una buona dose di pazienza e testardaggine. Gli strumenti usati naturalmente ci sono, ma è molto difficile che lo strumento concepito su misura per qualcun altro si adatti perfettamente a voi.
Così può accadere che vendendo un liuto economico si ricevano telefonate da genitori disperati: il figlio inizia liuto al Conservatorio di … che aveva promesso di avere strumenti a disposizione, ma non ce ne sono. E ora è urgente.

Per questo motivo sono rimasto colpito dall’iniziativa dei maestri liutai Barbara Ferloni e Kai Schupp che pubblicano una bella pagina sulla propria produzione semi-industriale di liuti rinascimentali, ovviamente da studio.
Gli strumenti sono belli e ben costruiti e i prezzi davvero ottimi, specie paragonati a altri strumenti da studio, di produzione artigianale e dunque con tempi e prezzi decisamente diversi.

Credo che tutti i liutai con cui ho intrattenuto dei contatti personali abbiano prima o poi sentito la mia storia del padre disperato che cerca con urgenza un liuto da studio per il figlio, e naturalmente non a prezzo stellare. Sono davvero contento che qualcuno ci abbia pensato e , mi pare, nella maniera giusta, cioè senza diminuire la specificità dello strumento, che non è certamente quella di essere prodotto malamente, tanto per fare (di nuovo, cfr. la triste storia dei liuti pakistani, spesso in vendita su eBay)

Un unico appunto personale, molto personale: lo strumento a 8 cori si è imposto probabilmente per una questione di mode. In sé il liuto rinascimentale a 8 cori ha avuto probabilmente vita molto breve e il suo repertorio specifico è legato a autori come Giovanni Antonio Terzi, di impostazione decisamente virtuosistica.

Sembrerà una futura limitazione, o forse un’impostazione da liutista italiano, ma perché non pensare a liuti da studio a 6 o al massimo 7 cori?

Liuto barocco

Come molti ex-chitarristi sono stato attratto verso il liuto dalla quantità di musica per liuto barocco (segnatamente J. S. Bach e S. L. Weiss) che si trascrive spesso malamente per la chitarra classica.
La passione fu a quel tempo talmente forte da farmi ordinare una splendida chitarra a 10 corde di “José Ramirez. L’effetto della scuola di Narciso Yepes era forte e noi allievi avevamo quasi tutti una 10 corde.

Dopo qualche anno l’interesse e la passione sono le stesse.
Così da liutista l’interesse per il liuto barocco è ovvio e immediato. Il discorso sarebbe molto, MOLTO più lungo, ma mi limito a dire che nell’agosto del 2006 sono entrato in contatto con Hendrik Hasenfuss e dopo due lunghe e forse esaustive chiacchierate ho confermato la mia intenzione di aver un liuto barocco a 11 cori costruito da lui, basandosi su lavoro del liutaio amburghese Joachim Tielke, in particolare su un suo ben noto liuto del 1696.

Hendrik Hasenfuss ha una lista d’attesa di circa 18 mesi e dunque sto ancora aspettando, ma nel frattempo i miei gusti sono leggermente cambiati e ho cominciato a tempestarlo di e-mails per ottenere un nuovo appuntamento e ridiscutere quasi completamente lo strumento.
Dopo due mesi e mezzo di tentativi non andati a buon fine ho potuto incontrarlo ieri pomeriggio nel suo laboratorio per un po’ più di due ore, cha ha trascorse spiegandomi ancora una volta tantissime cose sui liuti, sui loro materiali e sullo stile di Joachim Tielke.

Appena rientrato nella mia stanza dell’hôtel Haus Sonnenschein di Blankenberg, con un gran mal di testa per le troppe informazioni ricevute in così poco tempo, ho cercato di appuntarmi alcune tra le cose più importanti che ci siamo detti in quell’occasione. le riporto così come le ho trascritte nella tarda serata di ieri.

Visita a Hendrik Hasefuss del 17 Ottobre 2007

Prima di tutto mi ha parlato di materiali:

Il Palissandro di Rio, ormai rarissimo e soprattutto la cui vendita è vietatissima, come l’avorio. Dovrebbe avere un certificato di accompagnamento. Purtroppo quando la scorta attuale è stata acquistata non usava.
Le particolari venature e i disegni sono generati dalla presenza di enormi “tarli” che hanno scavato gallerie nel legno che poi sono state riempite dall’acqua.
Tali gallerie hanno prodotto le particolari venature caratteristiche del Palissandro di Rio, il Palissandro che cresce lungo le rive del Rio delle Amazzoni.
Acetato, acquistato presso una piccola fabbrica di occhiali e tagliato in striscioline sottili e poi dorato con autentica foglia d’oro al di sotto. Permette di sostituire la tartaruga per particolari ornamentazioni.
Osso naturale. Non sbiancato malamente con prodotti chimici, ma naturalmente. L’osso ha dei piccoli pori che contengono il materiale che di solito ne garantisce l’elasticità. Se sbiancato chimicamente l’osso erde brutalmente tale materiale e diventa duro e friabile. Con l’osso si possono fare ottimi lavori, come per esempio il centro o i bordi della tastiera (Griffbrett), nonché i piroli (Wirbel).
L’avorio: dev’essere tagliato da una sega speciale raffreddata con acqua, di modo che non si riscaldi mai e non diventi friabile. Suona magnificamente e NON è poroso, se non pochissimo.
La celluloide: può sostituire l’avorio in parti che richiedono una lavorazione particolarmente sottile, come le giunzioni tra le doghe (Späne) o le bordature della tavola armonica
L’Ilexholz (Agrifoglio): legno che non diventa mai “giallo”, ma resta del proprio colore molto chiaro. Tuttavia non è proprio “bianco”.
Il problema è che ci sono materiali che possono essere accoppiati insieme, come ad esempio l’avorio, l’osso e la celluloide, mentre altri che non insieme assolutamente non vanno. Se si fanno particolari lavorazioni con l’agrifoglio bisogna che le parti a vista in tale sfumatura di colore siano tutte in agrifoglio, mentre viceversa avorio, osso e celluloide possono sposarsi insieme.

Il mio liuto basato su Joachim Tielke:

  • Il cavigliere ha la parte superiore in avorio con relativo cavigliere per il cantino (Diskantreiter) in avorio. Le parti laterali sono in Palissandro e devono arrivare a delimitare in modo visibile la parte in avorio, sia sopra che sotto. Altrimenti il bianco dell’avorio si perde nel “paesaggio”, mentre delimitato ha più significato.
  • Il fondo del cavigliere, traforato con il tipico motivo floreale di Tielke, è d’ebano all’interno e d’avorio all’esterno, cosí guardato attraverso mostra il tipico contrasto di colori che fu proprio degli strumenti di Joachim Tielke.
  • I piroli sono di Cocobolo con la punta in osso.
  • Il manico è rivestito di Palissandro, mentre la tastiera presenta un largo riquadro d’avorio (osso?) e all’interno è in Palissandro.
  • Le doghe sono in Palissandro e le giunzioni tra le doghe probabilmente in celluloide.
  • La tavola armonica del solito abete tedesco bordata con tre righe (forse) alternate di celluloide e Palissandro.
  • Il ponticello presenta anche lui una lastronatura in avorio a richiamo del riquadro della tastiera.
  • Se ho fortuna avrò il liuto verso maggio 2008.

    Ho scelto di ordinare la custodia dalla solita Kingham, che mi piace molto di più delle proposte alternative che ho visto in circolazione. Questo significa naturalmente che Hendrik Hasenfuss mi farà avere le misure in tempo per spedirle alla Kingham.