I cantini di budello

Cercavo di riordinare le informazioni delle varie caselle di posta e ho ritrovato questa e-mail di Mimmo Peruffo, davvero molto interessante. I non iscritti a Liuto_it potrebbero avere delle difficoltà a reperirla, così ho pensato che potesse valere la pena di riportarla qui, nella versione integrale.
E’ datata 17 marzo 2006.

Ciao amici,
giusto per movimentare le acque vi mando le ultime considerazioni sui cantini da liuto.

Al solito dovrete digerirvi la mia scrittura un po’ didattica; il fatto è che questa cosa è la versione in italiano di un’altra cosa che è stata data agli amici del bollettino inglese. Una sorta di piccolo articolo insomma.
Ecco:

Come è arcinoto, il cantino di un liuto può considerarsi, per tutta una serie di ragioni, la corda che in assoluto si trova a lavorare nelle condizioni più critiche rispetto ai cantini di tutti gli altri strumenti coevi, siano essi pizzico o ad arco.
Il liuto, nella sua versione più comune con la paletta rivoltata ad angolo retto impone infatti alle corde un brusco ed innaturale cambiamento di direzione. A questa caratteristica va ad assommarsi la tipica `regola’ del Cinquecento e di parte del Seicento, regola che vuole che la prima corda debba lavorare al più acuto consentito, nei pressi della rottura.
A complicare ulteriormente questo quadro –già di per sé assai critico- va aggiunto che le corde di cui si sta parlando presentano il limite inferiore di diametri tecnicamente raggiungibili dai cordai.
Questa sottigliezza le rende pertanto particolarmente sensibili non solo al rischio di falsità ma anche all’effetto `taglio’, condizione che si manifesta di sovente nei solchi troppo taglienti del capotasto e talvolta anche al ponticello.

Il budello infatti, pur presentando una notevole resistenza alla trazione risulta estremamente tenero al taglio e facile a deformarsi in seguito a schiacciamento: da qui le accurate istruzioni di Mace (Musick’s Monument, London 1676) su come levigare il capotasto mediante …sputo e pomice e come realizzare i solchi per le corde, istruzioni precedute dal suggerimento di Dowland di disporre ad esempio della grafite lubrificante nei solchi stessi così da impedire fenomeni di inceppamento delle corde.
Tutto questo fa sì che un cantino di budello del dolce strumento debba possedere e debba aver posseduto caratteristiche meccaniche assolutamente fuori dal consueto, conseguite mediante una specifica tecnologia manifatturiera, ben distinta da quella di tutte le altre corde.

Sorge spontanea la domanda: cosa ci è stato tramandato dalla documentazione storica? E’ possibile ricavarne delle informazioni utili per la tecnologia cordaia di oggi??

Le fonti ci tramandano innanzitutto che i cantini migliori provenivano da Roma o da Monaco la cui materia prima era costituita da budello di agnello o di castrato. Gli spagnoli del XVI secolo preferirono invece il budello di montone.
Secondo Attanasius Kirker (Musurgia Universalis, Roma 1650) i cantini romani erano fatti partendo da un solo budello di agnello o anche di castrato. Budello intero si diceva, come ci viene confermato dagli
statuti dei cordai di Roma del 1642 i quali, di prima lettura, sembrano proibire il taglio in strisce. Questa interpretazione della frase: `è proibito di spaccare le corde o li mazzi per mezzo…’ degli statuti non è affatto di certa interpretazione. Corde fatte da un singolo budello intero di agnello presentano infatti un aspetto specifico, verificato anche sperimentalmente, legato a questioni biologiche: sono leggermente coniche; una volta realizzate presentano una superficie piuttosto irregolare e frastagliata e non resistono affatto maggiormente alla trazione rispetto a quelle ottenute da più strisce di budello.
Voglio dire che lo stesso budello tagliato in strisce realizza un’elevata resistenza alla trazione, una elevata regolarità nella sezione ed un basso indice di falsità.

Già nel primo Cinquecento il Capirola ci avverte del fatto della conicità, caratteristica assente se essi provengono invece da Monaco.
Se i cantini di Monaco non furono conici ciò sta probabilmente a significare che erano costituiti da sottili strisce di budello accoppiate assieme, non da un singolo budello intero. Un intervento manuale di levigatura, atto a risolvere il problema della conicità risulta impraticabile non solo per la notevole quantità di materiale da asportare con precisione estrema ed in assenza di strumenti di controllo quali il micrometro ma anche perché una corda così pesantemente levigata ¿sempre ammesso che non sia poi falsa- si spellerebbe o romperebbe immediatamente non appena messa in trazione.
Ulteriori preziose informazioni ci provengono da Dowland, il quale, per inciso, è il solo che ci descrive le caratteristiche meccaniche che doveva possedere un buon cantino (Varietie of Lute lessons, London, 1610): esso deve essere- ad un suo estremo- pungente al pollice e spezzarsi di netto, qualora tranciato con i denti, senza lasciare sfilacciature.
I cantini dunque erano estremamente rigidi; caratteristica questa indispensabile -a parità di materiale- per poter ottenere un elevato carico di rottura.
Nel XVIII secolo Baron scrisse che vi sono cantini romani che durano anche fino a quattro settimane: difficile dunque ritenere che furono eccezionalmente levigati.
Questo è quanto sappiamo: i cantini per liuto dovevano possedere dunque non solo un elevato carico di rottura ma anche una elevata resistenza all’abrasione e allo sfilacciamento.
Baron ci descrive 1 mese di vita di un cantino come una situazione rara ma accaduta; 2 settimane di vita media dovevano probabilmente essere la condizione media consueta.
Per contro i cantini di budello di produzione moderna durano a malapena poche ore o al massimo qualche giorno prima di sfilacciarsi. Si è ritenuto che la causa principale sia da imputare alla consuetudine di rettificare sino al liscio le corde determinando pertanto una rottura eccessiva delle fibre di superficie. Questo è vero ma non basta.

Le indicazioni di Dowland hanno di recente suggerito un nuovo indirizzo tecnologico, il quale ha permesso la realizzazione di cantini per liuto che, nonostante siano stati rettificati al liscio ediante la rettifica moderna, possiedono un indice di rottura di 300-310 Hz.mt rispetto ai tradizionali 240-260 Hz.mt ed una notevole resistenza allo sfilacciamento.
In pratica un cantino di questa ultima generazione, teso in un liuto rinascimentale di 63 cm di lunghezza vibrante (al corista = a-440 Hz) si spacca di netto al `si’ naturale, talvolta `do’. Un intervallo di terza, quarta più acuta rispetto al sol.
Le corde si presentano piuttosto rigide e pungenti al tatto ed effettivamente si tranciano di netto con i denti. In virtù della loro maggior durezza superficiale vi è una minore tendenza allo schiacciamento e all’effetto taglio.
Grazie all’elevato carico di rottura questi cantini lavorano dunque in condizioni di stress più limitate, condizione che si manifesta soprattutto con un minor cedimento longitudinale in fase di accordatura. In pratica si fanno meno giri al pirolo per raggiungere l’intonazione finale.
Un minore allungamento alla trazione determina, come si diceva, una aggior resistenza allo spellamento, che è il principale problema delle corde di oggi; imputabile sia all’azione delle dita del usicista che dello stress di trazione.
Qualora suonati con la penna (Liuto medioevale) corde di diametro di .44 mm non verniciate hanno durato 1,5 mesi senza manifestare spellamento, ma solamente i segni lasciati dall’azione del plettro.
Un cantino .38 mm non verniciato montato in un liuto 11 ordini in re inore e suonato regolarmente (in estate) ha manifestato una durata di ben due mesi. La durata media del budello dipende, lo si sa, da numerosi fattori: quanto e come si suona, il tipo di sudore, se è estate o inverno etc. ma una durata non inferiore a 15-30 giorni sembra sinora la caratteristica più riproducibile verificata già in una decina di casi.
Un’altra qualità documentata è la miglior stabilità di accordatura.
Un accurato studio ha evidenziato infatti che questo parametro è influenzato notevolmente da come le corde sono state essiccate sul telaio. Insomma si può migliorare -e di molto- il coefficente di ritiro. Lo stesso che accade ai calzini messi in lavatrice. Calzini e budello si comportano allo stesso modo.

Quanto riportato sembra in conclusione suggerire due cose:
la prima è che forse è il momento di ridiscutere le nostre opinioni in merito ai cantini del tempo.
La seconda è che forse è arrivato finalmente il momento di poter utilizzare davvero il budello. Facendo i debiti conti una cantino costa sicuramente meno di un bicchiere di birra e dura inoltre molto di più.

Mimmo