Fantasmi

Mouton_Louvre Abito una casa che amo molto, affacciata sul centro di Portogruaro, con una vista particolare: una stradiciola di acciottolato che passa di fianco al Duomo di S. Andrea.
Questa sera suono Charles Mouton: è già tardi e la vecchia casa scricchiola dalle travi del soffitto. Fuori è silenzio e l’aria dell’autunno è limpida come a me piace, non più lattiginosa per l’umidità estiva.
Il Prélude e la Chaconne da un manoscritto custodito a Praga e provieniente dalla biblioteca dei Lobkowitz suonano evocativi, come se da un momento all’altro lo stesso Mouton sessantenne facesse capolino da dietro l’architrave del minuscolo ingresso del mio appartamento.
Ho la sensazione che il primo tricordo della Chaconne debba suonare malinconico, nostalgico se non addirittura lugubre.
Nell’andamento ossessivo della danza sembra risuonare il passo del tempo e la tentazione di portarsi via una musica così esile da non superare il confronto con le orchestre d’archi del barocco più tardo.
Ma Charles Mouton ha vinto a suo modo: il suo ritratto, alto un metro e settanta, sorride dai saloni del Louvre e la sua musica evoca la sua memoria, persino nell’autunno di una piccola cittadina a est di Venezia.

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