Il problema è nel “manico”…

6_cori_retroLa scorsa settimana a Milano ho provato un liuto rinascimentale a 6 cori di Barbara Ferloni che mi è piaciuto molto: quello di cui vedete la foto qui a fianco.

Timbro molto chiaro, ottima proiezione, bel volume di suono. Peccato che il ponticello avesse delle misure un po’ “striminzite”, subito criticate da tutti presenti.
Si sa, è una questione di gusti, ma l’articolazione sul I coro ha bisogno di spazio, o di piccole mani. Non ho le misure esatte sottomano, ma credo che il mio liuto abbia una distanza di circa 13-14 mm tra il I e il II coro, e io non me ne sono MAI pentito.

La discussione, a tratti quasi violenta, è però iniziata quando tutti abbiamo iniziato a discutere la sezione del manico: paraboloide e molto, molto profonda.
Massimo non avrebbe nemmeno voluto suonare lo strumento, poi si è ammorbidito. Io, vuoi per le dimensioni delle mie mani, vuoi per la mia tecnica “scarsa”, non ho trovato il manico così impossibile. Strano però sì, davvero molto diverso dai liuti cui sono abituato.

E allora parte la discussione sulla solita lista statunitense: potete seguirla QUI, se volete.

Il risultato è stato sorprendente.

Innanzitutto mi preme dire che per quanto cerchiamo di suonare su strumenti “storici”, nulla vieta di cambiarne le caratteristiche che eventualmente risultassero molto difficili da gestire: penso ad esempio all’utilizzo di corde “altre” rispetto al budello (altri materiali, filate e non, et cetera).
Rimane poi il dubbio metodico relativo agli strumenti sopravvissuti: spesso da collezione, costruiti con materiali rari e preziosi (avorio…), tradiscono la propria appartenenza a ricchi collezionisti piuttosto che a musicisti. Così la domanda si insinua: “stiamo imitando e studiando gli strumenti giusti?”

Tuttavia in questo caso specifico gli unici due liuti rinascimentali a 6 cori sopravvissuti nel loro stato originale presentano suppergiù la stessa sezione paraboloide nel manico e praticamente gli stessi spessori.

Il ben noto musicologo Arthur J. Ness ha voluto partecipare alla discussione invitandoci ad esaminare un bel po’ di particolari di quadri rinascimentali nella sua collezione e indovinate un po’?
Molti quadri mostrano un interprete che utilizza il pollice della mano sinistra (orrore!) per tastare il VI coro.
Il che spiegherebbe (abbondantemente?) la sezione del manico a forma di U, come molti l’hanno chiamata.
Inoltre, a chi volesse addentrarsi nei meandri del dubbio più nero consiglio di studiare attentamente il quadro di Hans Holbein, Gli Ambasciatori, il cui particolare riguardante il liuto è riportato QUI.

Certamente chi considerasse una tale forma del manico molto scomoda da suonare ha sicuramente delle ottime ragioni per lamentarsi, tuttavia credo che sia pacifico rassegnarsi. Erano fatti così.

La gentilissima Anne Burns che gestisce i numeri arretrati del Quarterly pubblicato dalla Lute Society of America mi ha fornito una copia elettronica dell’articolo che Stephen Barber & Sandi Harris pubblicarono nel 2001, intitolato The Lute in Holbein’s “The Ambassadors”, che credo contribuisca in modo particolare a questa interessante discussione.

Resterebbe un punto ancora aperto: fu il mutamento di tecnica e l’aumentare dei cori a diminuire la profondità della sezione del manico del liuto?

La domanda mi ricorda una famosa storia di Paperino degli anni ’70 sulla pedanteria congenita degli eruditi, perciò mi fermo.

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